Giorno 10

Sei giunta fino qui, sei arrivata al limite fra reale e astratto, cammini sulla linea che divide in cresta d’appennino l’immaginazione dalla materialità, sei ora giunta lì dove Dante voleva forse condurti; perché è importante notare che sia la Divina Commedia che il De Vulgari Eloquentia siano stati incominciati nello stesso periodo, Dante lascia incompiuto il De Vulgari Eloquentia dopo qualche anno dal suo inizio, mentre la Divina Commedia dura un tempo lunghissimo; nel De Vulgari Eloquentia Dante nobilita la lingua Volgare a rango di lingua nobile, poi nella Divina Commedia provvede Lui stesso a renderla tale, e a configurarla come idonea alla dissertazione della tematica più alta, l’innalzamento dello spirito umano, che nel cammino intrapreso nei tre regni ci dimostra come sia il Linguaggio che serve a innalzare l’animo umano fino al Paradiso in un crescendo di solennità, dall’Inferno più greve fino al cospetto dell’Altissimo, in una progressione armonica; dove Dante potrebbe aver posto rimandi nelle due opere che le colleghino, e vogliano prendendole insieme e confrontandole, dare ragione l’una all’altra, facendo si che emerga proprio questo concetto della lingua come elemento chiave per addentrarsi nella lettura profonda di queste opere; ma come avrebbe potuto Dante arrivare a tanto, come arrivare a veicolare un concetto che si alimentasse nel tempo da solo? Come dare dimostrazione di quanto lui avrebbe voluto dimostrare?

 

Del Verbo come la chiave per il possibile avanzamento del genere umano?

 

Prendendo dalla realtà concreta di questo mondo un aggancio, una geografia identificabile tramite l’idrografia, per rimandare all’importanza della lingua in quanto tale, e poi di lì iniziare ad articolare tutto questo Logos che dà ragione di se stesso.

Quindi la Commedia si configurerebbe come un’articolata costruzione metalinguistica, tant’è che nel De Vulgari Eloquentia Dante scrive nel 16° capitolo del primo libro della pantera che avrebbe voluto catturare sentendone l’odore:

 

«Dopo che abbiamo cacciato per monti boscosi e pascoli d'Italia e non abbiamo trovato la pantera che bracchiamo, per poterla scovare proseguiamo la ricerca con mezzi più razionali, sicché, applicandoci con impegno, possiamo irretire totalmente coi nostri lacci la creatura che fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo.»

 

E nella Divina Commedia nel 16° dell’inferno racconta di quella corda che aveva intorno cinta alla vita con cui voleva prendere la lonza (pantera), che Dante slegandosela su richiesta di Virgilio gliela porge, e questo la butta nella cascata del Flegetonte, che aveva provveduto il poeta fiorentino poco prima a paragonare alla cascata dell’Acquacheta di San Benedetto in Alpe.

 

Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

prender la lonza a la pelle dipinta.

 

Emerge quindi il parallelismo fra le due opere, infatti si mettono a sistema le somiglianze sia a livello contenutistico, che anche a livello numerico nel ripetersi del numero 16.

 

Proseguiamo e vediamo che dall’analisi che Dante fa nel capitolo 14 del primo libro del De Vulgari Eloquentia della volgata della Romagna, la descrive paragonandola a una donna:

 

1. Passiamo ora sopra le spalle coperte di fronde dell'Appennino, ed esploriamo con attenta indagine, come siamo soliti, la sinistra dell'Italia, iniziando da oriente. 2. Entrando dunque per la Romagna in questa parte d'Italia, diciamo che qui si trovano due volgari che si contrappongono per alcune convergenze linguistiche di segno contrario. Di questi l'uno si rivela così effeminato per mollezza di vocaboli e pronuncia che un uomo che lo parli, anche con tanto di voce virile, viene preso per una donna. A tale volgare appartengono tutti i Romagnoli, e specialmente i Forlivesi, la cui città, benché periferica, appare però il fulcro di tutta la regione: costoro per affermare dicono deuscì, e allo scopo di blandire il prossimo usano le espressioni oclo meo e corada mea. Ma taluni di questi, a nostra notizia, si sono allontanati nelle loro poesie dal proprio volgare, cioè Tommaso e Ugolino Bucciòla, entrambi Faentini. 3. C'è poi quell'altro volgare, come s'è detto, talmente irsuto ed ispido per vocaboli a accenti che per la sua rozza asprezza non solo snatura una donna che lo parli, ma tu, o lettore, a sentirla sospetteresti che sia un uomo. A questo appartengono tutti quelli che dicono magara, vale a dire Bresciani, Veronesi e Vicentini; e inoltre i Padovani, che sconciano con le loro sincopi tutti i participi in "-tus" e i nomi in "-tas", quali mercò e bontè. Con questi citeremo anche i Trevigiani, che alla maniera di Bresciani e loro vicini troncano le parole pronunciando la u consonante come f, metti nof per "nove" e vif per "vivo".

 

Il linguista fiorentino fa un paragone fra il romagnolo che lo reputa una lingua effeminata e il volgare parlato nelle zone più a nord che ci dice invece essere una parlata mascolina.

 

Paragona queste due volgate facendo un parallelo di identità fra i sessi, femmina e maschio, e nei riguardi di questa dissertazione cita il numero 9 unicamente questa volta in tutto il De Vulgari Eloquentia.

 

Essendo Dante a collegare esplicitamente il numero 9 nella Vita Nova a Beatrice, direi che quando, unicamente in questo punto, nel De Vulgari Eloquentia cita il numero 9, sia una cosa che non possa lasciarci indifferenti, dato che paragona proprio la lingua romagnola a una donna, nel medesimo discorso in cui mette a tema tutta questa ridondanze di coincidenze anche numeriche.

 

E se tutto questo potesse considerarsi significante allora tu ora ti troveresti davvero nel futuro anticipato da Dante nei suoi intenti da scrittore?… Come se dai tanti futuri possibili tu stessi partecipando a quello dove Dante ha caricato nelle sue opere una mappa tramite la quale farti fare questa esperienza, e tu ora giunta a questa conclusione ti ci trovassi davanti?

 

In questo caso tu ora staresti sperimentando un paradosso spazio tempo, in cui in qualche modo torni indietro nel tempo e riscrivi la Storia, in una presa di coscienza di cosa sia il Logos e di quale forza sprigioni.

 

Rifletti un attimo sulle parole e sull’importanza che ora sai avere.

 

Dante io credo abbia dedicato uno studio e un’attenzione particolari alla “parola”, che è incominciamento di ogni cambiamento, e in un opera come la Divina Commedia che esorta all’innalzamento dello spirito e alla descrizione dei lemmi come capacità descrittiva, e quindi finita,   potrebbe aver voluto definire  un contenitore geografico che gli potesse di fungere da limite, su e per questo percorso che portasse alla conoscenza che vi è da sapere su cosa davvero sia in potenza alle parole.

 

Queste parole che fungono da estremi, sia geografici che concettuali di questa “pertinenza”, prendendo così questa terra in se stessa valore come veicolo sul quale, e per il quale potesse svilupparsi questo particolare discorso sul Logos.

 

Ed è così che incomincia questo decimo e definitivo ultimo tuo giorno di cammino, con questa premessa lunga 9 giorni, dove tutto il prodromo serve a farti approdare a questa spiaggia fatta di termini e vibrazioni, luogo immateriale, ma solido e concreto al tempo stesso, perché preso a riferimento come luogo di ambientazione delle vicende del pellegrino Dante, dove si fondono quindi l’immaginario al reale, in una geografia esistente, con te che la percorri, e immaginata da Dante nella sua opera con te che l’avresti percorsa.

 

Da qui inizia l’ultima tappa che prevede uno sforzo davvero importante sia fisico che intellettuale, dove arrivando a méta troverai il luogo dove tu e il poeta vi ricongiungerete in un punto preciso, e tu sarai incoronata come libera di scegliere fra le realtà possibili, dato che ora possiedi il libero arbitrio in una  purificazione del linguaggio, “per ch'io te sovra te corono e mitrio”.

 

Da ora in poi si va a velocità infinita, dove i limiti sono tutti caduti sotto il peso della loro inconsistenza, dove ora sei tu sola in mezzo all’assoluto nulla e contemporaneamente quindi al tutto possibile, a disegnare la tua vita, e il segno grafico utile a tracciare il tuo mandala è il simbolismo.

 

Se davvero si potesse evincere da questo territorio il fatto che noi si è realmente in un campo di intenzioni e di possibili alternative fra cui scegliere costruite per noi su misura, possibili universi paralleli nei quali noi siamo in connessione al tutto, te ne darò prova in quest’ultima tappa.

 

A tal proposito voglio renderti noto che quando Dante camminava per queste montagne respirava un’aria che è la stessa, in senso letterale, che respiri tu oggi; sì perché questo Parco Nazionale nel 2017 ha ricevuto il riconoscimento dell’Unesco come patrimonio mondiale, in quanto in se contiene delle faggete vetuste primordiali, antiche di 506 anni almeno, contenendo degli esemplari di alberi su cui è stato fatto il campionamento di studio, e alcuni di loro si sono dimostrarsi così tanto longevi; ma di altri dove oramai non è più possibile determinarne l’età perché il conteggio degli anni si perde, in quanto la conta viene fatta tramite carotaggio fino al “midollo” dell’albero, e quando la pianta per malattie o senilità viene a forarsi nel suo interno, il conteggio si perde; quindi potrebbero esserci degli esemplari di molto più vecchi, si stima perfino di 200 anni in più; il che significa che questi alberi sintetizzerebbero oggi l’ossigeno come anche al tempo di Dante mentre peregrinava per queste montagne, allora giovani piante, oggi invece esemplari monumentali di faggi.

 

Così in questo tuo ultimo tratto di cammino percorrendolo, proprio in questa porzione di territorio certificata dall’Unesco, che coincide con la Riserva Integrale di Sasso Fratino, la prima istituita in Italia nel 1959, e altri lembi di territorio sparsi a macchia di leopardo qua e là, respirerai lo stesso ossigeno sintetizzato dalle stesse piante che prima hanno assorbito il fiato del poeta, in cui era caricato il suo proposito di arrivare fino a te; quindi mentre tu respiri l’aria prodotta dalle stesse piante ricevi anche la memoria che è in loro caricata.

 

Il che significa che in un filo diretto di informazioni che sono veicolate da queste piante, che trasportano avanti nel tempo il messaggio in loro depositato, a te che lo ricevi, vi è una ricomposizione del momento 0, dove il poeta e te respirate lo stesso ossigeno in senso letterale prodotto dalla stesse piante, proprio come avviene nella vita quotidiana delle persone nelle interazioni contemporanee dove ci si trova a condividere gli stessi spazi e la stessa aria.

 

Direi allora che questo territorio oltre che un serbatoio naturale, diventa anche un serbatoio culturale e spirituale di vero rinnovamento.

 

Quindi in questo contenitore, sia che vi abbia il poeta proiettato la volontà di incontrarti, che anche non, questo sarai solo tu a deciderlo in base al tuo Logos quindi ai limiti che ti poni, è oggettivo il fatto che tu sia comunque in contatto con lui ora, in un fiato unico nella sostanza ossigeno per la quale noi si vive, perché che lui questi luoghi li abbia frequentati è fuor di dubbio, questa è una nozione storicamente appurata, quindi rimane solo da decidere se lui avesse l’intenzione di incontrarsi con te qui ed ora, ma questo solo tu può deciderlo.

 

E a tale proposito in questo cammino vanno cercate le 7 P, perchè come per Dante furono da purgare, anche per te dato che stai facendo lo stesso percorso, ti sono state affibbiate, e cercandole nelle tappe percorse vediamo se le hai raggiunte e quindi dissolte… perché nel procedere in queste si è in te verificata una trasmutazione nella tua essenza data dall’assorbimento delle informazioni ritenute in esse.

 

“Trasumanar significar per verba”

 

sPinello

santa sof(Phi)ia

Premilcuore

Portico di romagna

san benedetto in alPe

camPosonaldo

Pianetto

san Piero

 

E allora purificata sarai “come chi gode”, arrivando in fondo a questo cammino, quindi in Paradiso nella località che nel nome evoca questo stato di benessere, dove in senso alla storicità degli accadimenti vissuti da Dante vi ritroverete in un unione a-temporale, in questo incontro nell’incoronazione tua come essere libero e forte nel  principio femminile.

 

per ch’io te sovra te corono e mitrio.

 

E da qui sarai come chi si guarda allo “Specchio” e vede l’immagine di sé riflessa, e con uno sguardo che dal fuori guarda al dentro di te, quindi acquisendo quella profondità necessaria al passaggio alchemico di stato nella trasmutazione, sarai come colei che sceglie e detta il suo destino.

 

 

Per merito dei tuoi sforzi e delle tue capacità sei arrivata alla summa di questo cammino, che si risolve in San Godenzo, il luogo che ha certamente ospitato il poeta prima di te, e in cui termina questo cammino sul Logos, per il quale ora sei stata informata della sua natura, che concretizza le possibilità che descrive.

 

Quindi è come se ora tu ti guardassi allo specchio, proprio come fa lo spettatore quando guarda l’attore che nella funzione della rappresentazione teatrale mette in scena la sua trama che è scritta in funzione del Linguaggio che usa, così ora tu è come se ti guardassi sul palcoscenico, che in questo territorio identifica il suo teatro, e ti individuassi oltre che nell’attore come soggetto attivo, anche nello spettatore come soggetto passivo, quindi riesci a vederti in duplice veste; e proprio qui a San Godenzo  vi è un abitato che si chiama per l’appunto Specchio, in funzione del richiamo simbolico che da sempre è depositato in questo luogo.

 

Se allora veramente in un certo qual modo si potesse avere un contatto con il passato io allora più oltre non posso andare sola.

Francesca Bresciani

 

 

Consiglio la visione di questi video

 

https://www.youtube.com/watch?v=BgcVCIidYco

MULTIVERSO

 

https://www.youtube.com/watch?v=r2vnaGEaD0E

Entanglement, la sostanza di cui è fatto lo spaziotempo

 

https://www.youtube.com/watch?v=Qx8SLTC7-SM

Patrizio Paoletti - Pillole di Gratitudine

 

 

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