Giorno 8

Oggi cammineremo da Pianetto verso Galeata e poi verso Civitella di Romagna dove farai tappa.

 

 

Virgilio, nelle Georgiche, che sono un poema scritto in esametri (in latino Georgica, dal greco γεωργικòς, "contadino", o, più semplicemente, "agricoltura"), composto tra il 38 e il 29 a.C., diviso in quattro libri dedicati rispettivamente al lavoro nei campi, all'arboricoltura, all'allevamento del bestiame e all'apicoltura, spiega fra tutti gli altri argomenti anche come allevare i cuccioli di Molosso, (in greco antico: Μολοσσòς; in latino: Canis epiroticus) che era una razza canina, ora estinta, diffusa nell'Europa Meridionale durante l'Antichità (ca. VIII secolo a.C.).

 

Le caratteristiche fisico-caratteriali del Molosso di guardiano e combattente, rispetto alle prestazioni più prettamente venatorie del canis laconicus maggiormente apprezzato dagli Spartani, gli garantirono ampia diffusione anche presso i romani che apprezzarono grandemente il coraggio e la forza dell'acrem Molossum (it. "feroce Molosso"), come ebbe a definirlo il poeta Virgilio, facendone il guardiano delle loro lussuose villae come raccomandato da Marco Porcio Catone nel suo De agri cultura, (Catone l'Uticense era il pronipote di Marco Porcio Catone).

Virgilio, nelle Georgiche, raccomandava inoltre di allevare i cuccioli di Molosso insieme a quelli del Canis laconicus per massimizzare le doti delle due razze garantendo così alla villa un'adeguata difesa sia contro aggressori animali sia umani. L'accoppiata Laconicus-Molosso era tanto diffusa che lo stesso Petronio ci presenta, nel Satyricon, l'anfitrione Trimalcione munito di uno spaventoso molosso da guardia ed una muta di cani da caccia laconici (1).

 

Dalla descrizione che Virgilio fa nelle Georgiche di queste razze canine si vede come Dante ne abbia attinto a piene mani per la descrizione del suo veltro, infatti ci parla di un cane da caccia identificandolo come tale proprio tramite la parola veltro che in se descrive il carattere da cane da caccia, ma sia anche un cane da guardiania, dato che ce ne descrive le sue caratteristiche etologiche, recitando così:

 

infin che ’l veltro

verrà… (veltro come cane da caccia propriamente detto)

 

Questi la caccerà per ogne villa… (azione propria del cane da guardiania che protegge la villa dagli aggressori)

 

E Dante continua a ricalcare Virgilio nella figura-salvatore, in quanto nella quarta egloga, quando parla dell’arrivo venturo di un puer (le cui identificazioni sono state molteplici: dal figlio del protettore Asinio Pollione fino addirittura a Gesù Cristo) come il portatore di una radicale rivoluzione futura della vita degli uomini, che potranno godere di un’età straordinaria di pace e benessere dopo il periodo tragico delle guerre civili, nella conclusione dell’egloga, oltre a preannunciare la vita felice del puer, Virgilio afferma che la sua poesia ne celebrerà le lodi nel modo più degno possibile.

 

Gli amanuensi cristiani videro nel puer la figura di Gesù Cristo e nella Virgo la Madonna, e questa interpretazione fece sì che per tutto il Medioevo Virgilio venisse venerato come un saggio dotato di capacità profetiche tanto che nella Divina Commedia il poeta latino Stazio dice di essersi convertito al Cristianesimo dopo avere letto la IV Bucolica, dove era presente questa quarta Egloga (22 Purgatorio vv. 55-93.), quindi ecco che Dante ci da un riferimento preciso del dove andare a guardare per reperire delle piste interpretative possibili alla sua opera, ed ecco che infatti ne spunta fuori una molto interessante.

 

O mi rimanga l'ultima parte di una lunga vita,

e mi basti lo spirito per celebrare le tue imprese.

 

Questo è quello che Virgilio scrive in fondo alla sua opera qui citata, ed è speculare a quello che ci dice Dante in fondo alla Vita Nova descrivendo i propri intenti da poeta nei confronti di Beatrice:

 

che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d'alcuna.

 

Trovando queste assonanze fra le due opera, la Vita Nova, che è l’opera che anticipa la Divina Commedia, e la quarta Egloga di Virgilio, opera a cui fa riferimento diretto lo stesso Dante all’interno della sua Commedia come introduttiva al cristianesimo, potremmo concludere che il poeta fiorentino abbia creato un ponte anche fra questi testi, pertinenti alla Commedia per identificare Beatrice, quindi colei che avrebbe salvato l’umanità per merito dei rimandi allegorici  che ne fissano le singolarità, connotandola in riferimento al Linguaggio, alla Parola, per la quale quindi è possibile, come insegnamento spirituale, accedere al Paradiso, anticipata da Virgilio.

 

Quindi visto che ora tu ti sei rivelata come donna dall’intelletto d’amore, dato che ancora prosegui in questo cammino, che ti profila non come ti vedevi all’inizio mera spettatrice della tua vita, ma come parte attiva, in cui i “sentimenti amorosi”, o meglio detto l’intento con cui ti approcci alla esistenza, sono il fulcro di questi ragionamenti scaturenti dal poeta; quindi si concretizza in te una sovrapposizione con Beatrice, ecco che infatti puoi leggere di te in queste righe:

 

Donne ch'avete intelletto d'amore,

i' vo' con voi de la mia donna dire

 

Nella Vita Nuova Dante infatti parla a queste donne che hanno intelletto d’amore, perché capaci anch’esse di arguirne il messaggio.

 

Tornando all’analisi del territorio riguardante Mevaniola, vi è un pezzo conservato presso il museo qui ubicato di straordinaria importanza, che ha solo un altro esempio in Italia di ugual genere fra tutti i ritrovamenti di età romana, che consta nella chiave simbolica della città, e fa parte dei reperti ritrovati negli scavi archeologici iniziati alla fine degli anni ‘90 del secolo appena passato e che continuano ad andare avanti.

La chiave, pesa kg 1,750, è in bronzo e ferro e l'impugnatura rappresenta una testa di cane molosso (2).

 

Questa testa del Molosso richiamava l’idea della difesa della città, in quanto origina per estensione dal concetto di difesa della villa.

Di quest’antica Urbe, Dante poteva averne intuito le origini, in quanto oggi nel museo oltre alla chiave con la testa di cane è conservato uno dei pezzi più suggestivi ritrovati negli scavi, una stele funebre di Rubria Tertulla morta a 20 anni 4 mesi 4 giorni, moglie di Caio Refano Macrino, abitanti del luogo di una certa rilevanza sociale proprio di questa antica città romana.

In alto in questa stele sono incisi due delfini e compare l'invocazione agli Dei Mani (divinità pagane).

Nella parte inferiore è inciso un carme* in esametri in cui è menzionata l'origine della giovane da Forlì, e sono richiamati con toni delicati i valori dei legami familiari.

La stele, è datata al III sec.d.C.

In alto, lungo il frontone, corre una iscrizione medievale datata all'anno 1180, al tempo dell'imperatore Federico Barbarossa, allorché la lastra fu reimpiegata per commemorare la dedicazione della chiesa arcipretale di Galeata. (2)

 

*Il carme è una forma poetica. Si tratta dell'italianizzazione del termine latino Carmen.

 

Quindi Dante io ipotizzo che abbia visitato questa chiesa, dato che descrive ampiamente la Romagna in tutta la Commedia dando prova di conoscerla, essendo questo un reperto archeologico che all’epoca del poeta era qui visionabile, dato appunto il suo reimpiego, che deve averlo certo suggestionato per l’antica origine; e vorrei far notare che proprio a ridosso di Pianetto, ex Mevaniola, vi è un abitato che si chiama Mercatale in cui vi è un grosso sasso con impressa una scritta che ricorda il passaggio del poeta da questa zona, a testimonianza della sua frequentazione; memoria che si tramandò fra le genti locali oralmente fino al momento della deposizione del monumento a ricordo.

Il poeta trovandosi a Galeata, dove vi era un importante monastero fortissimo allora, Sant’Ellero, avrà saputo dell’importanza del luogo, magari anche tramite i racconti che gli fecero sull’epoca dei suoi fasti antichi, proprio anche in riferimento a questa stele; potrebbe quindi aver voluto lasciare un segno del suo passaggio in questi luoghi nei versi del canto 8 dell’inferno dal verso 12 e seguenti:

 

se 'l fummo del pantan nol ti nasconde».

 

Corda non pinse mai da sé saetta

che sì corresse via per l'aere snella,

com' io vidi una nave piccioletta

 

venir per l'acqua verso noi in quella,

sotto 'l governo d'un sol galeoto,

 

Anche qui si ripresenta il simbolo di una corda: Corda non pinse mai..lo stesso simbolo presente anche nel canto dove parla del torrente Acquacheta e della Calla.

In questo canto parla anche di una saetta, poco prima cita un pantano e poco dopo parla di una nave piccioletta, dopo ancora parla di un galeoto, tutte parole che potrebbero identificare nella loro semiotica un richiamo al borgo di Galeata.

In quanto il Re goto Teodorico venne in Galeata, per la precisione nella zona del Pantano, a edificare la propria villa, proprio nella zona dove vi passa il torrente Saetta, e che potrebbe essere stato celatamente descritto dal poeta in quella identificazione in una nave piccoletta, per descrivere con anche la figura del galeoto, Galeata, in una figurazione immaginifica poetica.

 

Un richiamo proprio a questa terra che in sè contenne l’illustre regale che qui risiedé mentre riedificava Ravenna con i materiali prelevati proprio da questo appennino, e questa è una teoria che ventila uno scrittore di romanzi storici che racconta in un suo romanzo la possibilità che con delle navi più piccole nelle dimensioni delle classiche navi romane, con il fondo piatto idonee per la navigazione fluviale, avrebbero trasportato i materiali litici prelevati da questa zona, da una montagna lambita dal fiume Bidente soprastante l’abitato di Galeata, che vennero usati come materiali di cava per la riedificazione della capitale ravennate al tempo del Re Ostrogoto.

 

Allora i fiumi, quelli possibili navigabili, erano usati proprio come rotta commerciale preferenziale, perché più economica, veloce, e sicura, rispetto ai trasporti via terra.

 

Il fiume che oggi si chiama Bidente era anche chiamato fiume Aqueductus, proprio in ragione del fatto che nei pressi di questo corso d’acqua vi era edificato un’acquedotto (da cui il nome) di cui se ne sono rinvenute ad oggi tracce archeologiche murarie da Meldola in poi verso valle arrivando fino a Ravenna.

Questa struttura in origine fu costruita dall’imperatore Traiano, fra il I e II sec d.C., e poi ristrutturata proprio da Re Teodorico.

Quindi l’alta valle del Bidente dal Re Ostrogoto era possibilmente conosciuta a frequentata.

 

Anche oggi, oltre che in tempi antichi, il territorio appenninico presenta cave per l’estrazione di materiale litico arenaceo, impiegato sia nell’edilizia da esterno che da interno, e l’ipotesi che la pietra che veniva prelevata da una montagna che oggi viene chiamata Rupe, una montagna sovrastante il paese di Galeata lambito dal fiume Bidente, venisse impiegata nella ricostruzione della città di Ravenna, è plausibile per questioni logistiche dato che il fiume di cui trattiamo lambisce questo promontorio, e proprio in questo luogo il Re volle costruirsi la propria residenza, creando un interesse in questa zona mentre l’asse della cittadina antica di Mevaniola si stava spostando più verso l’attuale Galeata, la zona dell’attuale abitato che rimane sotto alla Rupe… un caso di cui bisogna tener conto nelle sua cronistoria.

 

La vita del centro cittadino di Mevaniola cessò per ragioni tuttora ignote verso il IV-V secolo d.C. quando il pianoro verso Pianetto venne abbandonato a favore della zona più prossima all'odierna Galeata, quindi più vicina alla Rupe…

 

Se Dante avesse dovuto pensare a come celare dei richiami a questa terra, come avrebbe potuto fare?

Forse proprio indicando una nave piccioletta per questo toponimo che in effetti nella sua semantica contiene proprio il significato di piccola nave, usata anche nell’antica Roma, la gelea, governata d’un sol geleoto...?!

 

E nella frazione del comune di Galeata, il Pantano, vi è una chiesa molto antica, la Chiesa di Santa Maria del Pantano, ancora visitabile, di cui abbiamo la prima notizia risalente al 1295 d.C., anno della sua consacrazione, ma la sua origine doveva essere di molto più antica, ed è da ricercarsi presumibilmente in età altomedievale. Alla chiesa era annesso un convento di monaci agostiniani; ed è proprio nella frazione del Pantano di Galeata, dove vi passa il torrente Saetta, che sono stati scoperti quei reperti archeologici pregevolissimi della villa del Re Goto Teodorico del VI sec d.C, con le terme e ampi spazi con sale di rappresentanza e pavimentazioni mosaicate in chiaro scuro di fattura egregia ancora intatte.

 

Quindi Dante avrà sicuramente visto la chiesa nella frazione del Pantano, che ancora oggi è  visitabile, nelle vicinanze del vico di Galeata, e di queste situazioni archeologiche di Re Teodorico, di cui probabilmente avrà avuto notizia dalle genti locali tramite i racconti che queste solevano fare, quindi ascoltando la leggenda del Re che da Ravenna viene e si costruisce una villa sontuosissima, di cui vi erano ancora tracce all’epoca del poeta, anche se ridotte a rudere, mentre oggi è stata scavata e scoperta sotto metri di terra; avrà voluto inserirne le prove nella sua opera che ne comprovassero il suo passaggio qui, infatti in tre terzine ritrovare tutte queste parole che con questo territorio che il poeta conosceva bene, sono in risonanza perfetta, lascia pensare che ne conoscesse la storia; e questo al di là della mia ipotesi, sì perché che un amministratore di Firenze in quegli anni conoscesse queste terre è un dato certo, proprio perchè erano confinanti alla propria pertinenza territoriale fiorentina dove vi erano i Conti Guidi nemici di Firenze, quindi amici di Dante in quel frangente da esule.

 

Per cui, come un indizio incrociato, la mia supposizione che queste parole siano in queste terzine non a caso tutte agglomerate insieme, perché abbiano una ragion d’essere di origine geografico descrittiva, trova conforto proprio nel fatto che vi sia quel monumento che ne ricorda il passaggio in questa terra, a Mercatale, la parte vecchia del paese.

 

Fra l’altro grazie a un bassorilievo fruibile all’interno del museo che raffigura Re Teodorico a cavallo in un incontro con Sant’Ellero, in cui quest’ultimo è effigiato come un viandante a piedi e l’equino del Re gli si inchina davanti,viene rappresentata la ricostruzione di un avvenimento probabilmente avvenuto realmente, ma rappresentato simbolicamente, trovandosi i due personaggi a vivere nello stesso territorio, dove uno riconosceva all’altro una superiorità spirituale.

 

Questo frammento scultoreo oggi è all’interno del museo, ma allora era insito nella chiesa di Sant’Ellero che certo Dante avrà frequentato, non fosse altro per l’importanza del luogo.

 

La leggenda che circola su Sant’Ellero parla di un monaco eremita proveniente dalla Tuscia (coincidente con la Toscana del sud e il nord del Lazio), che praticava vita anacoretica della prima tradizione orientale approdata in Italia.

 

Il monastero di Sant’ Ellero nacque come luogo di eremitaggio per poi diventare un monastero; i lavori per la costruzione dell'abbazia iniziarono nel 497 d.C.

L'abbazia crebbe di influenza e di potere, tanto da diventare un nullius, una "quasi diocesi" a capo di circa quaranta parrocchie, estese in un territorio compreso tra Romagna e Toscana. Il monastero fu esente dalla giurisdizione vescovile fino al 1785, quando Papa Pio VI, su richiesta del granduca